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Il Racconto è stato scritto a più mani, le parti di raccordo sono state scritte insieme dal gruppo classe, le descrizioni dai singoli bambini o a gruppi di due. GLI AUTORI Melissa A., Davide B., Fabio B., Matteo C., Andrea C., Marta C., Annalisa D., Giada I., Giacomo L., Sanaa L., Paolo M., Manuel M., Giacomo P., Francesco P., Francesca R., Mariangela S., Davide V., Chiara Z. ins. Maria Gabriella Strino
Ritorno al passato Quel giovedì mattina gli abitanti del borgo di
Omegna si svegliarono presto. Il sole non era ancora sorto dal Mottarone ma tutti
erano già indaffarati nelle loro attività quotidiane. Le barche andavano piano piano sul lago color verde
acqua. I
pescatori buttavano le reti e le ritiravano cariche
di pesce. Tutto il pesce pescato sarebbe stato venduto al mercato. Tanti
pesci sguazzavano nelle reti; lucci, trote, anguille, piccoli e grandi.
I pescatori li mettevano nelle ceste suddividendoli per specie e
curavano soprattutto che non
ci fossero gamberi perché le leggi di Omegna imponevano loro di
venderli separatamente.
Le donne uscivano dai portoni delle loro case con le
assi di legno sotto il braccio e il cesto dei panni sporchi nell’altra
mano. Arianna Anche Arianna si dirigeva velocemente verso il lago
cercando di non inciampare nei lunghi vestiti. Arianna era
madre di due figli aveva 41
anni, abitava nel borgo di Omegna e faceva la casalinga. Tutte le
mattine prima che il sole
sorgesse andava a lavare i panni nel lago. Lavorava sempre con allegria
e voglia, se vedeva una donna che aveva bisogno l’aiutava volentieri.
Quando lavorava canticchiava sempre una canzoncina vecchissima. Aveva i capelli biondi come il sole, gli occhi
marroni come castagne, la bocca carnosa, il naso a patata e le orecchie
leggermente a sventola. Arianna era una persona di costituzione molto magra a
differenza del marito. Di solito indossava lunghe tuniche abbellite con
ricami e fiocchi; ai piedi indossava sandali aperti e in testa un
fazzoletto ricamato. Arianna aveva un carattere dolce e tranquillo e con
il marito e i figli era molto tollerante. L’ unica volta che si era
arrabbiata fu quando Pietro e Celeste avevano liberato il
cavallo per gioco e lei e Liviano l’avevano dovuto rincorrere per le
strade di Omegna. Arianna era sempre stata una grande sognatrice e da
quando ebbe figli sognò per loro una vita molto felice: si vedeva già
un giorno attorniata dai nipotini. Arianna provava sempre una forte emozione ogni volta
che vedeva i suoi bambini contenti.
Abitavano in riva al lago; la loro casa era in sasso
ed era molto piccola: avevano solo la cucina con pentole in rame e
mestoli in legno e una grossa camera con paglierecci di foglie. Nel cortile c’era una cascina in
legno che aveva
costruito Liviano; conteneva il carro, il cavallo, una mucca e le
galline, ma veniva utilizzata anche per i loro bisogni. I figli, Celeste e Pietro, erano ancora addormentati
sui loro sacchi di foglie quando la madre chiuse la porta. Pregò il marito Liviano di svegliarli appena i primi
raggi del sole avessero raggiunto le finestre della loro casa. Liviano Liviano era un ottimo coltivatore: nel suo terreno
crescevano grano, spelta, orzo, farro, cipolle e tante altre verdure che
raccoglieva nella bella stagione per venderle al mercato del giovedì. Aveva 40 anni, uno in meno della moglie. Era alto, robusto, con gli occhi azzurri, un grande
naso a patata e delle labbra carnose. Liviano un giorno, mentre andava
al mercato a portare le verdure cadde e si procurò una brutta ferita
sullo stinco che gli lasciò una cicatrice molto evidente. Di solito
indossava una lunga tunica rossa che gliela nascondeva e un grande cappello nero che gli
copriva i folti capelli castani. Solitamente nella bella stagione raccoglieva le
proprie verdure e le andava a vendere al mercato ottenendo così
i soldi imperiali sufficienti per far vivere la famiglia.
D’inverno era molto più duro vivere, perché non riusciva a vendere
molto se non qualche litro di latte e qualche formaggino. In ogni momento Liviano era sempre calmo e tollerante
ma se vedeva che qualcuno approfittava di lui, non esitava a dirgli con
fermezza ed educazione quello che pensava.
Liviano quel giorno era molto eccitato: mentre
riempiva i cesti con la prelibata verdura, pensava al torneo che si
sarebbe svolto al castello, prima che il sole fosse calato dietro la
montagna di Quarna. Aveva
fretta: decise quindi di svegliare Celeste e
Pietro per farsi aiutare a trasportare la merce in piazza del mercato. Celeste e Pietro, ancora assonnati, si alzarono
subito e si avvicinarono alla stalla per dar da mangiare al cavallo,
alla mucca e alle galline. Anche Pietro, come il padre, era molto felice
all’idea di assistere per la prima volta ad un torneo cavalleresco.
Sarebbero arrivate molte persone dalle terre del castello, dalle ville,
dai cascinali e dai mulini della giurisdizione di Omegna e dai borghi
vicini, per assistere al grande evento: cavalieri di Omegna, Orta ,
Borgomanero, Novara, Casale e Intra si sarebbero confrontati e il
vincitore avrebbe avuto in dono 200 soldi imperiali. Celeste Celeste fu la prima a scendere dal suo pagliericcio e
corse subito ad aiutare il padre. Era una bambina di sei anni, con un
viso molto dolce, gli occhi azzurri rispecchiavano ancor più il cielo
quando è sereno; le sue labbra sottili e morbide come la seta, i
capelli lisci e biondi si confondevano con i raggi del sole. Era molto
magra, amava mettersi le gonne lunghe di colore scuro e in vita legarsi
un fazzoletto bianco appena lavato; le piaceva molto indossare le
casacche di lana fatte da sua mamma. Ai piedi calzava degli zoccoli di
legno color marroncino fatti dal padre. Celeste accarezzava sempre il suo cavallo e pensava
che un giorno avrebbe potuto partecipare con lui a un torneo
cavalleresco pur sapendo che, siccome era una bambina, ciò non sarebbe
mai potuto accadere. Era una bambina dal carattere dolce ma deciso. I
bambini a quell’ epoca non andavano a scuola perché dovevano lavorare
e non potevano permetterselo. Quindi erano obbligati ad aiutare la
famiglia nei lavori di casa.
Anche la famiglia di Celeste non aveva soldi a sufficienza per pagare un
maestro per lei ma solo per suo fratello. Arianna però sapeva leggere e ogni tanto insegnava a
lei qualcosa. Aveva
imparato a leggere quando, da bambina, andava ad aiutare le suore del
Convento delle Umiliate e ne era orgogliosa di questo, dato che ben
poche donne e uomini del borgo sapevano leggere e scrivere. Arianna sudava mentre lavava i panni e intanto pensava all’ inverno trascorso, quando doveva rompere il ghiaccio per poter lavare nel lago o nella Nigoglia. Infatti quell’inverno del 1301 nevicò parecchio: per due giorni nessuno potette uscire: la neve era talmente alta da coprire le porte. Era stato difficile reperire provviste, gli orti
sommersi dalla neve non potevano dare frutti, il pesce mancava perché i
pescatori non riuscivano a far scivolare le barche nel lago a causa del
ghiaccio e del freddo intenso. Arianna pensava al paesaggio invernale coperto dalla
neve: si intravedevano solo il bianco e il grigiastro della nebbia, che
non permetteva al fumo, intrappolato nei vicoli, di espandersi
nell’aria. Pensava a quanto fosse stato difficile per
loro resistere perché le provviste del cibo scarseggiavano sempre di più
e non riuscivano a procurarsene a causa della troppa neve. Il mercato Quando Liviano, Pietro e Celeste arrivarono in piazza
del mercato, videro i mercanti che stavano già stendendo i teli per
coprire le loro bancarelle. Arianna, finito di lavare i panni, si incamminò
verso casa passando dalla piazza del mercato: tutto era pronto e la
piazza si stava animando. Era un giorno soleggiato, per cui numerosi uomini e
donne si stavano avviando verso il mercato.
Il primo odore che Arianna percepì, fu quello del
banchetto del pesce. Si sentivano le urla dei pescivendoli e dei
fruttivendoli che invitavano le persone a comprare. Un fruttivendolo inveiva contro un uomo che gli aveva
rubato alcuni frutti e stava scappando via con il carro producendo un
grande frastuono. C’era un grande via vai di donne, vestite con
lunghe tuniche e un fazzoletto di stoffa in testa, al braccio portavano
un cestino; alcuni uomini indossavano grossi cappelli con
piume, un mantello, pantaloni stretti e sandali aperti: erano
forestieri, probabilmente arrivati già di buon mattino per assistere al
torneo. Una piccola folla si accalcava intorno ad un uomo che trascinava il corpo di un lupo. Anche Celeste lo vide ed ebbe paura. I lupi erano considerati pericolosi per gli uomini e per gli animali domestici. Soddisfatto l'uomo si avviava verso il palazzo del podestà: lo attendevano venti soldi imperiali come ricompensa. Ad un tratto entrò dalla
porta del mercato un carro:
un uomo stava seduto beatamente sui sacchi di farina. La guardia della porta del Mercato fermò il carro,
inveì contro l’uomo e gli diede una multa di 10 soldi imperiali
dicendogli di rispettare le leggi di Omegna ,che vietavano di sedersi
sopra ai sacchi di farina. Pietro assistette alla scena un po’
impaurito, ma affascinato dalla guardia perché sognava da grande di
diventare anche lui guardia del Castello. Pietro Pietro era un bambino di 10 anni. Non era molto
alto ma nemmeno basso per la sua età. Era
magro e, come il resto della
famiglia, aveva gli occhi azzurri come il mare, un naso aquilino e dei
capelli castani folti come quelli del padre. In
estate indossava sempre un cappello di paglia, una tunica bianca con un
laccio marrone e dei sandali marroni molto comodi, fin troppo grandi per
i suoi piedi. Pietro
e la sorella faticavano molto durante la giornata e a loro rimaneva poco tempo per giocare.
Aiutavano i loro genitori nelle faccende di casa: pulivano, tagliavano
ceppi di legna per far fuoco durante l’inverno, davano da mangiare
alle loro bestie e molto altro ancora. Appena riusciva ad avere un po’
di tempo libero Pietro scappava in piazza a
giocare con gli altri bambini
a nascondino o a mosca cieca. Ogni
mese per un giorno arrivava da Intra un professore che faceva da
insegnante per Pietro; con lui imparava molte materie come: la
matematica, il latino, la storia e un po’ di
geografia. Era un sacrificio per la famiglia e Pietro era grato
di questo, anche se non sempre aveva voglia di studiare. Pietro
aveva un carattere molto tranquillo: ascoltava sempre i propri genitori
ed eseguiva quello che gli dicevano. Era
un ragazzo forte, soprattutto nei momenti più difficili, quando la
povertà e la mancanza di cibo mettevano a dura prova tutta la famiglia.
Era lui che teneva su il morale alla madre preoccupata per la
situazione. Il
convento era grande: entrò dalla porta principale; in alto,
sull’arcata, vi era una pietra scolpita a mano, molto volte Liviano si
era chiesto cosa vi fosse stato scritto sopra, ma non era mai riuscito a
decifrare quelle scritte strane. All’esterno
le pareti erano costituite da grossi sassi messi uno sopra all’altro
di colore grigiastro. Il tetto era di grosse piode nere; belle arcate
ornavano la facciata da cui si intravedeva l’interno. Il
convento era disposto su due piani, collegati tra loro attraverso una
scala di legno con stretti scalini. Il soffitto a volte e le pareti
erano dipinte in modo molto semplice, c’ erano molte finestre da dove
entrava la luce. Al
piano terra le suore accoglievano le persone ferite o ammalate che non
avevano soldi a sufficienza per essere curate dai dottori. Le
persone erano sdraiate sui sacchi di paglia. Alcune suore preparavano da
mangiare per gli ammalati, altre raccoglievano all’esterno frutta e
verdura, altre pulivano o spazzavano il convento e altre ancora
assistevano i pazienti ammalati. Le
suore erano vestite con lunghe tuniche nere e veli bianchi in testa,
curavano gli ammalati con molta pazienza. Abitavano
al piano superiore del convento, anche loro dormivano su letti di fieno
e foglie. Ringraziarono
moltissimo Liviano come tutte le altre volte che aveva portato loro da
mangiare: l’avrebbero diviso con gli ammalati, non sempre potevano
godere di un pasto caldo e per questo ringraziavano di cuore chi
portasse loro qualcosa. Quando
Liviano uscì dal Convento, era già arrivata l’ora di andare al
castello quindi prese i figli e cominciò ad incamminarsi su per la
salita. Arianna li avrebbe raggiunti più tardi, dopo avere sistemato la
casa. Finalmente il pomeriggio tanto atteso era arrivato. Si
avviarono lungo il Fossalone verso la collina che dominava tutto il
borgo di Omegna. Tutti
uscivano dalle loro case per recarsi al castello, dove si sarebbero
svolte le varie gare. Arrivarono
ai piedi del torrione principale: alte mura circondavano l’edificio di
pietra e lo proteggevano. Attraversarono
il ponte levatoio ed entrarono da una grande porta di legno: ai lati due
guardie li osservarono con viso molto severo, in mano avevano delle
lance appuntite. Il
castello era immenso pieno di porte, vetri e mosaici. Altre
guardie controllavano dall’alto delle due torrette imponenti che tutto
si svolgesse nella normalità. Il
Castello di Desiderato spesso era servito alla popolazione del borgo
come rifugio quando gli eserciti avversari arrivavano a portare
distruzione e saccheggi, ma oggi sarebbe servito invece a portare
serenità e fratellanza tra i contendenti del torneo e una ventata di
allegria nel borgo. Liviano
e i figli camminarono lungo i corridoi ed arrivarono al punto d’
incontro, nel cortile interno, dove si sarebbero svolte le gare. Intanto
stavano arrivando anche tutti i concorrenti provenienti dai paesi del
lago e dai borghi vicini chi in barca chi con i carri o a piedi. C’era
un gran fracasso: chi urlava, chi rideva, chi scommetteva sulla vincita
di un conoscente. Il torneo Si
stava preparando la prima delle numerose gare della giornata: il tiro
con l’arco. Tutti
i partecipanti erano muniti di lunghi archi, avevano a disposizione
cinque frecce per ciascuno; i bersagli erano abbastanza vicini per
facilitare il tiro. Pietro e
il resto della famiglia facevano il tifo per gli omegnesi. Tra
i duellanti c’era molta competizione e questo si notava dai loro
sguardi. Un rullo di tamburi diede inizio alla gara. Il primo a
presentarsi fu un giocatore di Novara, fece cinquanta punti, il massimo. I
concorrenti erano ansiosi e anche un po’ nervosi perché era
importante vincere; infatti al vincitore sarebbero stati dati 200 soldi
imperiali. Arianna
arrivò ansimando e si sistemò seduta accanto ai suoi figli e al
marito: era uno spettacolo bellissimo guardare la gente che, vestita con
abiti di diversi colori, si divertiva tanto guardando le esibizioni di
ogni partecipante. La
folla acclamava quando qualcuno portava a termine in modo vincente la
propria esibizione; incitava chi era in difficoltà, e rimaneva delusa
quando qualcuno sbagliava. L’unico
che riuscì a raggiungere il novarese fu un duellante di Omegna. Mai
nella storia dei tornei era successo che due persone avessero ottenuto
lo stesso punteggio e questo portò ad acclamare come vincitori entrambi i giocatori. Intanto
uno squillo di tromba annunciò l’arrivo dei cavalieri e l’inizio
della corsa a cavallo. Tutti i cavalli erano come impazziti, i fantini
affrontavano le curve pericolosamente e rischiavano di cadere ad ogni
curva, ma il premio finale valeva troppo per lasciarselo scappare. Fu il fantino di Orta ad aggiudicarsi la vittoria e fece il giro d’onore acclamato dai suoi concittadini e ammirato da tutta la popolazione. Ma
nel frattempo stava per succedere un fatto che avrebbe modificato
l’andamento della giornata. Mentre le persone del borgo preparavano i
festeggiamenti per il torneo, con banchetti, profumi e giochi, nessuno
si accorse che in mezzo al lago alcune barche si stavano avvicinando
alla riva. Il
borgo di Omegna era vuoto, tutti si accalcavano nel cortile del
castello, avevano voglia di divertirsi dopo anni di battaglie e di
carestie. Alcuni ortesi intanto ne approfittarono
per mettere in atto il loro piano. Da
tempo erano rinchiusi nella Torre Tinella alcuni loro amici: erano stati arrestati perché in una rissa
tra ubriachi avevano ferito due
omegnesi. Gli
ortesi attraccarono le loro barche sotto il palancato accanto alla
piazza del mercato e, senza farsi vedere né sentire, arrivarono al
centro del borgo. Accanto al Palazzo del
Podestà si ergeva All’interno
della Torre, vi erano le piccole prigioni, dove si ammassavano molti
uomini incatenati: ai muri c’erano degli anelli, ai quali attaccavano
i prigionieri. Un piccolo buco a lato del muro serviva come servizio
igienico: l’odore all’interno era insopportabile. Dalle finestre
della Torre questi odori si espandevano in tutto il borgo.
Per i prigionieri questa torre era l’inferno. All’interno
della prima cella trovarono tutti i prigionieri ortesi. Scesero di corsa le strette scale della torre e si ritrovarono nella piazza. La prima cosa che fecero fu quella di respirare a pieni polmoni per togliersi di dosso la puzza della torre. Poi, visto che il borgo era deserto si precipitarono nelle case intorno pronti a saccheggiare tutto ciò che avessero trovato. Suor Guglielmina Ma intanto Suor Guglielmina, dalle finestre ad arco del Convento, assisteva impietrita alla scena. Non osava dire nulla alla madre superiora perchè la regola proibiva loro, suore giovani appena giunte al convento, di affacciarsi alle finestre e tanto meno di uscire per le strade del borgo. Aveva molta paura che la scoprissero, ma in lei nacque piano piano la forza di reagire. Senza farsi vedere dalle altre, uscì dal retro del convento dove avevano un giardino che utilizzavano per le loro meditazioni. Strisciò lungo i muri delle case e si diresse non vista lungo i palancati e la Nigoglia, l'attraversò bagnandosi tutto il vestito. Non si preoccupò di questo, il caldo sole l'avrebbe ben presto asciugata. Cercava di ricordarsi il racconto che aveva udito dell'ultimo attacco al borgo, quando tutta la popolazione dovette rifugiarsi nella fortezza del castello passando dal tunnel sotterraneo. Doveva essere accanto alla porta vicino alla chiesa. Non ci impiegò molto a trovarlo: protetta da una folta edera scoprì l'entrata. L'interno era buio, ma i suoi occhi si abituarono in fretta. Non aveva paura: pensava solo alla salvezza del borgo. Avrebbe dato l'allarme e avrebbe subito le conseguenze del suo gesto. Le suore non potevano disubbidire all'ordine, ma lei lo fece ugualmente per salvare il borgo. Uscita dal tunnel il sole forte l'accecò, ma riuscì a scorgere tra la folla Celeste e Arianna. La videro anche loro e, preoccupate si diressero da lei. Suor Guglielmina riuscì a raccontare cosa stesse succedendo giù ad Omegna e le pregò di mantenere il segreto: nessuno avrebbe dovuto sapere che fosse stata lei a dare l'allarme. Poi rientrò nel tunnel e scomparve. Ben presto fece ritorno al Convento senza che nessuno si fosse accorto della sua assenza. L'allarme Al Castello si stava svolgendo l’ultimo
gioco in programma: il palo della Cuccagna. I concorrenti dovevano
arrampicarsi in cima ad un palo pieno di pece. Le squadre
formate da cinque
giocatori, si stavano preparando: dovevano arrivare in cima al palo aiutandosi un con
l’altro, cioè mettendosi in spalla uno con l’altro. Questo gioco
era molto difficile soprattutto per i primi a partire perchè c’era più pece e il
palo era più scivoloso, invece gli ultimi erano facilitati perché i
primi toglievano pece scivolando. Proprio quelli di Orta, avendo vinto due gare stavano per essere proclamati i vincitori del torneo. Ma tra la folla intanto passava di bocca in bocca la notizia che qualcuno stava saccheggiando le loro case giù nel borgo. Gli uomini si riunirono immediatamente e di corsa scesero lungo il fossato armati di bastoni, le donne rimasero al Castello a protezione dei figli e degli anziani. Anche le guardie del castello e i partecipanti al torneo si mossero in difesa del borgo. Trovarono gli Ortesi pronti a raggiungere le loro barche e a salpare con il loro bottino. Una giornata di festa e di amicizia si stava per trasformare in tragedia. Gi uomini armati di bastoni li accerchiarono: erano in tanti, agli Ortesi non rimase altro da fare che arrendersi. Non una sola goccia di sangue doveva spargersi in quel giorno di allegria e amicizia, per cui gli uomini rinunciarono alla vendetta e lasciarono che le guardie incatenassero i saccheggiatori e li conducessero nuovamente alla Torre Tinella. I vincitori del torneo Cessato il pericolo il vicario del Podestà del borgo decretò, dal balcone del palazzo, di continuare i festeggiamenti. Intanto tutta la popolazione si ritrovò nella piazza e ciascuno raccontava all'altro i danni subiti dal saccheggio degli Ortesi. Nessuno aveva più voglia di festeggiare perchè proprio quelli di Orta avevano vinto il torneo! Anche la squadra di Orta, arrivata ad Omegna per gareggiare in pace, non esultava per la vittoria ma provava una grande tristezza per ciò che era successo proprio a causa dei suoi concittadini. Decisero di non ritirare il premio perchè i 200 soldi imperiali sarebbero serviti per pagare i danni che la popolazione di Omegna aveva subito. La popolazione, felice della loro decisione, li acclamò ugualmente e quella sera si festeggiò a lungo. Una nuova notte Il sole era già calato da un pezzo quando gli ultimi forestieri uscirono dal borgo e le guardie richiusero le porte alle loro spalle. Si accesero le prime torce che illuminavano il lago ancora pieno di barche che ritornavano verso casa. Anche la prima stella, più luminosa delle altre, fece la sua comparsa là verso la montagna di Quarna. Suor Guglielmina dalla sua finestra osservava silenziosa e non vista la vita del borgo che si stava addormentando. Disse le sue preghiere e pensò ad Arianna e Celeste e al segreto che le univa. Liviano, Pietro e Celeste dormivano profondamente nei loro pagliericci solo, Arianna continuava a pensare alla giornata trascorsa. Quella notte sognò un mondo diverso...ma non era la sola.
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